Argentina, treno deraglia a Buenos Aires: 49 morti e 600 feriti [FOTO e VIDEO]

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Tragedia a Buenos Aires, deraglia un treno

Terribile incidente ferroviario a Buenos Aires, nella stazione di Once, dove un treno si è schiantato sulla banchina. Una tragedia immane di cui circola un primo bilancio: 49 morti e più di 600 feriti, mentre altri passeggeri sono ancora intrappolati nei convogli, ora trasformati in un inferno di lamiere. Il treno stava entrando in stazione come tutte le mattine verso le 8 ora locale, ma i freni non hanno funzionato: il primo vagone si è così schiantato contro la banchina a circa 20 chilometri orari, schiacciando in una sorta di terribile effetto domino tutti gli altri convogli, pieni di pendolari in viaggio verso la capitale.

  • Tragedia ferroviaria a Buenos Aires
  • Treno si schianta a Bueno Aires
  • I feriti nella stazione di Buenos Aires
  • Operazioni di soccorso sul treno a Buenos Aires

Momenti di panico e disperazione nella stazione di Once, ora chiusa per permettere i soccorsi. Dalle prime notizie che sono emerse dai media argentini il primo bilancio era stato di circa venti morti e più di 500 i feriti, alcuni in gravi condizioni, ma si tratta di un numero che purtroppo è destinato ad aumentare, come dicono anche le ultime notizie. I testimoni hanno parlato di almeno una trentina di persone ancora intrappolate nei vagoni.

Sul posto sono in corso anche le indagini per chiarire il motivo del disastro: intervistato da Radio La Red il leader sindacale Ruben Sobrero ha chiarito che la locomotrice era stata controllata il giorno prima e i freni funzionavano bene, tanto che nelle altre stazioni prima di Once si è fermato senza problemi.

Al momento non è stato possibile sentire la testimonianza del macchinista, ricoverato in ospedale per le ferite riportate dopo l’impatto.

La tragedia è la seconda più grave del paese in uno degli snodi ferroviari di Buenos Aires più importanti per il traffico pendolare che collega il centro della città alla periferia. Dalle prime ipotesi sembra che il treno non avesse un impianto frenante moderno o una linea aerea in grado di frenare automaticamente senza il comando del macchinista.

In questo momento i soccorritori stano cercando di estrarre dalle lamiere i passeggeri intrappolati: secondo alcuni testimoni ci sarebbero “cataste di corpi” all’interno dei vagoni. Una tragedia enorme che però non è la più grave che il paese sudamericano si trova ad affrontare: nel 1970 ci fu un deragliamento a nord di Buenos Aires che costò la vita a 200 persone.

La città si sta mobilitando per soccorrere i feriti e gli ospedali sono già pieni di amici e familiari che cercano notizie dei passeggeri a bordo del treno. Secondo la Farnesina non ci sarebbero italiani coinvolti nell’incidente.

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Mer 22/02/2012 da Lorena Cacace in

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MARCO 23 febbraio 2012 01:09

BILANCIO INQUIETANTE! LA DINAMICA DEL DISASTRO FERROVIARIO IN ARGENTINA, FRANCAMENTE NON MI CONVINCE. E’ PLAUSIBILE, CHE IL TRENO VIAGGIASSE AL MOMENTO DELL’IMPATTO AD UNA VELOCITÀ DI POCO SUPERIORE AI VENTI CHILOMETRI L’ORA? L’IMPRESSIONE, E’ CHE L’ENTITÀ DELL’IMPATTO, FOSSE AVVENUTO AD UNA VELOCITÀ DI GRAN LUNGA SUPERIORE A QUELLA STABILITA DALLE AUTORITÀ COMPETENTI. TESI, CHE AVVALORA IL BILANCIO DELLE PERSONE COINVOLTE IN QUESTA DRAMMATICA SCIAGURA. APPROSSIMATIVO, AL MOMENTO, DETERMINARNE CAUSE ED EVENTUALI RESPONSABILITÀ IN MERITO. DAVVERO INUSUALE, CHE NEL 2012, CONTINUINO A VERIFICARSI SIMILI SCIAGURE; CONSIDERANDONE, CHE IL LIVELLO DI TECNOLOGIA (ATTUALE) RASENTI LA PERFEZIONE ASSOLUTA.

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Irfan 19 marzo 2012 20:17

Io sono ancora pif9 rnatcorio di Rino e di Marchi almito del merito. Esso infatti non e8 solo una mistificazione dietro la quale si tutelano coloro chestanno in alto, ma e8 anche una ideologia che giustifica la diseguaglianza e il potere autoritarioindipendentemente dal fatto che la mobilite0 socialesia fattibile o meno. E’ un mito permanentemente diseducativo perche8 spinge gli uomini continuamente a lottare ognuno contro l’ altro per ottenere un compenso egoistico, che sia reale o immaginario. Rappresenta percif2 un’ imbarbarimento dell’ umanite0. Si dovrebbe ricostruire una mentalite0 alternativa che rimetta al centro la cooperazione tra gli uomini per il bene comune. Lavorare e studiare sono attivite0 che devono essere finalizzate a migliorare se stessi e gli altri. Se invece il fine e8 egoistico l’ umanite0 puf2 soltanto peggiorare. A questo riguardo, sul concetto di meritocrazia e sulle sue origini, vi linkoquanto segue:Archivio 2010 Aprile N. 118 L’inganno della meritocrazia L’inganno della meritocraziadi Mauro BoarelliLa meritocrazia e8 sulla bocca di tutti, a destra come a sinistra. In una societe0 come quella italiana, dove l’assenza di “merito” incancrenisce ogni articolazione della vita sociale e svilisce aspirazioni, competenze, passioni e idee, quale cittadino – indipendentemente dalle idee politiche professate – potrebbe essere pregiudizialmente ostile verso questo termine? Eppure e8 un termine ambiguo. Muta di senso a seconda di chi lo usa, ma al tempo stesso custodisce un insieme di significati non negoziabili che dovrebbero indurre a maneggiarlo con prudenza. Come ogni parola, anche questa non e8 neutrale. Va interrogata alla ricerca del senso profondo e delle sue implicazioni.Il lavoro di decodificazione e8 facilitato dal fatto che, in questo caso, il vocabolo ha una paternite0 accertata. Fu Michael Young a utilizzarlo per primo nel 1958 nel suo libro The Rise of Meritocracy 1870-2033 (L’avvento della meritocrazia), tradotto in italiano nel 1962 dalle edizioni di Comunite0 di Adriano Olivetti. Sociologo e attivista politico inglese, autore del manifesto che nel 1945 portf2 al successo elettorale il partito laburista e aprec la strada al governo di Clement Attlee, Young scelse il filone della letteratura utopica (e in questo caso si tratta di un’utopia negativa) per raffigurare gli esiti nefasti provocati in modo solo apparentemente paradossale dalla volonte0 di abolire i privilegi della nascita e della ricchezza. La narrazione e8 affidata a un sociologo, entusiasta paladino della “meritocrazia” e critico ironico delle posizioni di coloro che si ostinano a frenare l’avvento definitivo del nuovo ordine. Dietro quell’ironia c’e8 Young, che insinua nel lettore una serie di dubbi attraverso le lenti deformanti del suo detrattore. Il racconto si snoda nel corso di un secolo e mezzo, il lungo periodo nel quale alcune riforme fondate sull’eguaglianza delle opportunite0 – in particolare nel campo dell’istruzione – promuovono una selezione basata esclusivamente sull’intelligenza. Uno degli assi portanti del cambiamento e8 rappresentato dalla misurazione precoce delle capacite0, ispirata allo studio dei tempi e dei movimenti introdotto dai fautori dell’organizzazione scientifica del lavoro, a partire da Taylor. Questa metodologia selettiva trasforma gradualmente il sistema scolastico. L’istruzione non e8 pif9 impartita a tutti allo stesso modo, ma viene differenziata. I bambini sono indirizzati verso scuole diverse, organizzate gerarchicamente sulla base delle capacite0 individuali. Gradualmente, l’aristocrazia di nascita viene sostituita dall’“aristocrazia dell’ingegno”, e la stratificazione sociale si fa ancora pif9 netta, fino a che le tensioni create dal nuovo sistema sociale sfociano – nel 2033 – in una rivolta delle classi inferiori.L’ordine meritocratico e8 fondato sulla crescita economica: “La capacite0 di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, si chiama ‘intelligenza’ ( )” (p. 173). La canalizzazione dei bambini nel sistema di istruzione e8 precoce e rigida, l’educazione delle intelligenze e8 sostituita dalla loro misurazione e classificazione: “Gli uomini (…) si distinguono non per l’eguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. (…) A che pro abolire le ineguaglianze nell’istruzione se non per rivelare e rendere pif9 spiccate le ineluttabili ineguaglianze della natura?” (p. 122) E ancora: “L’assioma del pensiero moderno e8 che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacite0” (p. 123). L’intelligenza che viene incoraggiata e8 un’intelligenza utilitaristica, pratica, misurabile, e questa misurazione riproduce l’organizzazione e le gerarchie del modello industriale.Michael Young aveva scritto un libro contro la meritocrazia, si e8 ritrovato a essere considerato il suo teorico. Il termine da lui coniato e8 entrato nel vocabolario corrente e in quello politico con un’accezione positiva, ed e8 stato usato in modo acritico anche dalle forze politiche di sinistra. Poco prima di morire, Young affidf2 alle pagine di un giornale inglese una caustica lettera aperta a Tony Blair in cui accusava il leader laburista di averlo messo al centro dei suoi discorsi pubblici senza comprenderne i pericoli, e lo invitava a smettere di usarlo a sproposito (Down with Meritocracy, in “The Guardian”, 29 giugno 2001). Inutile dire che non fu ascoltato. Il progressivo capovolgimento di senso della parola da lui inventata e8 stato inarrestabile. Come spesso accade, questo slittamento e8 il risultato di una combinazione tra letture superficiali e stravolgimenti pianificati. Per cogliere questi meccanismi in azione e8 utile soffermarsi sul testo di Roger Abravanel intitolato Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese pif9 ricco e pif9 giusto (Garzanti 2008). Il libro e8 interessante non tanto per la riflessione teorica (quasi inesistente) ne9 per le proposte (davvero deboli), ma perche9 presenta una efficace sintesi di tutte le argomentazioni dei sostenitori del modello meritocratico.Abravanel non comprende la struttura narrativa del libro di Young. Vi scorge due narratori, uno “giovane ed entusiasta, che illustra i vantaggi della meritocrazia”, l’altro – che coinciderebbe con l’autore – “pif9 vecchio e pif9 saggio, che di tanto in tanto lancia qualche ‘siluro’ ironico” (p. 54). Forse colto (sia pure fugacemente) dal dubbio che Young non abbia scritto esattamente cif2 che a lui piacerebbe leggere, inventa una scissione narrativa inesistente per sterilizzare i dubbi che emergono anche dalla lettura pif9 superficiale del libro e confinarli nella mente di un anziano e pedante osservatore che paventa pericoli immaginari e rischia con il suo allarmismo di offuscare lo splendore della meritocrazia. Partendo da questi presupposti, Abravanel capovolge completamente le tesi del sociologo inglese, e le trasforma nel primo manifesto dell’ideologia meritocratica. La selezione precoce in ambito scolastico fondata sulla misurazione – tra gli obiettivi principali della polemica di Young – diventa uno dei fondamenti positivi del nuovo modello sociale: “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacite0 intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la ‘selezione naturale’ della societe0” (p. 65). Abravanel non si interroga sul fatto che la valutazione possiede una dimensione sociale e – di conseguenza – non e8 neutrale, come ha evidenziato Nadia Urbinati (Il merito e l’uguaglianza, in “la Repubblica”, 27 novembre 2008). Aggira il problema liquidando in poche righe – con lo stile apodittico che caratterizza il libro – l’intero patrimonio della riflessione pedagogica internazionale a favore di teorie pseudoscientifiche riassunte con approssimazione e delle quali non cita quasi mai la fonte, per indirizzarsi con sicurezza verso una conclusione estremamente chiara (e cinica) dal punto di vista ideologico: “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p. 83). In fondo e8 questo il succo del ragionamento dei “meritocratici”: la crescita economica come unico metro di giudizio (senza alcun interrogativo sulle componenti immateriali di tale crescita e sulla necessite0 di altri parametri di valutazione del benessere sociale), e il premio economico alla classe dirigente, ovvero ai depositari del merito. Il collante e8, inevitabilmente, il mercato: “La societe0 meritocratica e8 profondamente basata sugli incentivi per gli individui a competere, che sono l’essenza del libero mercato” (p. 67). Inutile rimarcare che ancora una volta il “libero mercato” viene usato come feticcio senza riflettere sulla sua esistenza reale e sulle conseguenze sociali derivanti da questa costruzione ideologica. Su un punto, perf2, l’autore si esprime con candida sincerite0, senza troppi giri di parole: “Nelle societe0 meritocratiche la diseguaglianza e8 giustificata dall’ideologia della meritocrazia (…)” (p. 62). E ancora: “(…) nelle societe0 meritocratiche la disuguaglianza sociale conta molto meno della mobilite0 sociale” (p. 109). Da qui a teorizzare la necessite0 di un sistema educativo diseguale il passo e8 breve: “In genere si ritiene che per assicurare eguaglianza di opportunite0 bisogna dare a tutti la stessa qualite0 di istruzione (…). Questo luogo comune e8 profondamente errato: dando a tutti la stessa educazione non si aumenta la mobilite0 sociale e il merito muore” (p. 256). Di conseguenza, “(…) e8 necessario passare dall’Istruzione all’Educazione, da ‘istruire tutti allo stesso modo’ a ‘educare secondo il potenziale di ciascuno’, dall’eguaglianza del livello di istruzione alle pari opportunite0 nel ricevere la migliore educazione” (p. 314).I ragionamenti di Abravanel e quelli dell’anonimo narratore di Rise of Meritocracy si sovrappongono perfettamente. Young aveva visto giusto, le sue non erano solo fantasie. Soprattutto, aveva intuito che le argomentazioni dei fautori della meritocrazia puntano diritto al cuore della democrazia. “La meritocrazia e8 (…) l’esatta antitesi della democrazia”, scriveva Cesare Mannucci nella prefazione all’edizione italiana del libro di Young, perche9 la scuola gerarchica su cui e8 fondato quel modello non e8 immaginata per insegnare la pluralite0 di culture e valori, ma per anticipare e inculcare le stratificazioni del sistema produttivo e finalizzare il sapere allo sviluppo economico. e8 un nodo esplorato anche da Bruno Trentin, che in un denso e lucido articolo (A proposito di merito, in “l’Unite0”, 13 luglio 2006) evidenziava come il concetto di merito sia sinonimo di obbedienza e dovere, perche9 presuppone una legittimazione discrezionale da parte di qualcuno che occupa una posizione gerarchica superiore, o esercita un potere politico. Criticando duramente la subalternite0 culturale della sinistra verso un concetto proprio del liberismo autoritario e la confusione dei linguaggi che ne discende, Trentin rivendicava il primato della conoscenza sul merito. Solo il sapere rappresenta un criterio equo di selezione del valore individuale, e quindi occorre renderlo disponibile per tutti. In questo modo ciascun individuo sare0 in grado di governare il proprio lavoro. e8 una prospettiva che concilia liberte0 e conoscenza, e lo fa per tutti, non solo per una ristretta e9lite tecnocratica.Eguaglianza e democrazia. Ecco cosa mette in gioco il concetto di meritocrazia. Non esprime il riscatto dall’ineguaglianza delle opportunite0, ma il suo rnatcorio. Non si tratta di una sterile disquisizione lessicale. Meritocrazia e8 una parola densa di implicazioni sociali, una parola che traccia un discrimine e impone di scegliere da che parte stare, senza giocare sulle ambiguite0, senza camminare sul filo dei mille significati possibili laddove ce ne sono in realte0 ben pochi, chiari, coerenti, connotati ideologicamente e perfettamente riconoscibili.Mauro Boarelli a9 2009 Lo Straniero Contrasto due S.r.l. P. IVA / VAT 04876351000

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