La difesa del cantante che inneggiò al capoclan: “Ho sbagliato, non la canterei più”

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nello liberti capoclan

Un errore di gioventù, uno sbaglio dovuto all’irruenza che non farebbe più. Si difende così Aniello Imperato in arte Nello Liberti, finito nel mirino della magistratura per il brano “O capoclan” dove inneggiava alla figura del boss di camorra. Una vicenda che lo ha segnato, dice in un’intervista a Repubblica, anche perché si trattava solo di una “recita” in cui è incappato un po’ per ignoranza e un po’ per tentare la carriera del cantante neomelodico. Lui però non centra con la camorra, ora è un lavoratore marittimo e ammette di aver fatto una cosa brutta che gli ha procurato solo guai.

Il video e il testo che hanno portato Imperato/Liberti nell’occhio del ciclone non lasciano molti dubbi. Parole che inneggiano al boss con riferimento al capoclan Oliviero, con amici e fiancheggiatori della camorra di Ercolano come comparse.

Lui si difende: quando girò il video e la canzone nel 2004 era un ragazzino giovane, irresponsabile e senza figli e poi era un pezzo richiesto alle feste di piazza. Ora lo sa che è stato un errore e anzi, se tornasse a cantare inciderebbe un brano di condanna per la camorra.

Ha cambiato vita, racconta, ma quel brano rimane una “macchia” su una persona e una famiglia incensurata che non ha avuto rapporti con la camorra.

Poi però saltano fuori le rivelazioni di alcuni pentiti: Agostino Scarrone per esempio ha detto che fu il capoclan Oliviero a volere il brano come celebrazione, e c’è chi parla di concerti di Nello Liberti per il clan.

Cose che capitano in zone di camorra, dice l’ex cantante: non si possono chiedere i documenti a chi ti ingaggia e poi il brano fu autoprodotto. Anche qui però c’è un dubbio: da dove prese la sua famiglia i 100mila euro per la produzione del disco? Argomento tabù, “altrimenti la magistratura si costruisce altri film“, spiega Imperato.

Il brano gli ha causato solo guai, ripete come un mantra, non lo rifarebbe più anche perché ora la sua vita è in mare. Il pensiero alla tragedia della Concordia ma anche alla morte di amici, Vincenzo e Alfonso Guida, padre e figlio di Ercolano uccisi dalla collisione con un portacontainer lo scorso agosto. Erano cresciuti insieme e ora loro giacciono in fondo al mare per colpa di “gente che stava al timone imbottito di droga, ma lo Stato se ne frega“.

Si scivola nella rabbia, ma anche in una concezione dei boss che non sono tutti uguali, “ci sono anche quelli buoni“. Un retaggio del passato di Nello Liberti? Di certo la vita di Aniello Imperato da ora sarà diversa.

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Ven 10/02/2012 da Lorena Cacace in ,

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