Mafia, pizzo sui caffè: sequestri di bar e società a Palermo

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A Palermo la Guardia di Finanza è arrivata al sequestro di due società che operano nel campo del commercio all’ingrosso di caffè, di due bar e di una palestra. Tutte queste attività sono riconducibili ad un pregiudicato, che in passato era ritenuto essere uno degli uomini di fiducia di Totò Riina. L’uomo è stato denunciato per trasferimento fraudolento di valori e per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Tutta la vicenda si basa su alcuni episodi di estorsione che sarebbero da attribuire all’imprenditore fiduciario degli esponenti mafiosi.

Alle attività commerciali veniva imposto l’acquisto del caffè commercializzato da una delle società sequestrate, anche se il prodotto non era di ottima qualità e il prezzo non era conveniente.

Si è giunti a queste conclusioni attraverso anche le segnalazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che hanno indicato l’uomo affiliato alla mafia come una persona che voleva diventare il leader nella fornitura di caffè presso tutti gli esercizi commerciali di Palermo.

L’uomo in questione ha attribuito a dei prestanome le attività commerciali sequestrate, anche se in realtà continuava a gestirle direttamente di persona. Tutto ciò comportava per l’imprenditore un alto tenore di vita.

Al fisco dichiarava un reddito esiguo, ma il suo tenore di vita era molto alto. Anche questo va a provare il suo coinvolgimento in un’attività illecita con collegamenti alla mafia.

Le indagini sono state dirette dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal pm Dario Scaletta, i quali nel loro rapporto hanno dichiarato che i reati contestati all’imprenditore sono stati commessi “al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione, ha negli anni attribuito fittiziamente a propri prestanome la titolarità delle attività commerciali sequestrate, mentre nella realtà le continuava a gestire direttamente“.

Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno dimostrato la messa in atto di episodi di estorsione attribuibili proprio all’imprenditore, che aveva collegamenti con la criminalità organizzata.

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Dom 27/05/2012 da Giorgio Rini

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