Strage di Piazza Fontana: 43 anni dopo ancora nessuna condanna [FOTO & VIDEO]

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Strage di Piazza Fontana

Ricorre il 43esimo anniversario dalla data del 12 dicembre 1969, quando a Milano, in Piazza Fontana, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, esplose una bomba che fece 88 feriti e 17 vittime: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti. Nel pomeriggio della stessa giornata ci furono altri quattro attentati terroristici fra Roma e Milano. A Roma furono colpiti la Banca Nazionale del Lavoro, l’Altare della Patria e Piazza Venezia.

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  • La strage di piazza Fontana
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  • Piazza Fontana: i funerali delle vittime

Inoltre un’altra bomba fu trovata inesplosa a Milano, presso la sede della Banca Commerciale Italiana. La strage di Piazza Fontana può essere considerata il momento d’inizio di tutto il periodo di tensione che si ebbe in Italia negli anni ’70.

Implicati furono i gruppi eversivi di estrema destra, che volevano destabilizzare la democrazia, per arrivare ad una dittatura militare.

Dopo la strage di Piazza Fontana, furono compiuti accertamenti su 80 persone e uno degli anarchici indagati fu Giuseppe Pinelli, che morì precipitando da una finestra della Questura di Milano in circostanze che destarono parecchi sospetti.

In tutti questi anni non c’è stata nessuna condanna definitiva per la responsabilità relativa alla strage.

La pista anarchica: Pinelli, Valpreda e l’omicidio Calabresi

Quando Milano si risvegliò dallo choc della strage la prima pista seguita dagli inquirenti portò al Circolo Anarchico 22 Marzo e al Circolo Anarchico del Ponte della Ghisolfa. All’epoca la Commisione Stragi guidata da Antonino Allegra, iniziò una campagna di arresti verso tutti coloro che potevano essere considerati estremisti, anarchici compresi. Saranno però questi ultimi i primi a pagare lo scotto: 80 i fermati tra cui un nome su tutti, Giuseppe Pinelli.

Ferroviere, anarchico, ex staffetta della resistenza, Pinelli faceva parte del Circolo Anarchico della Ghisolfa e il 15 dicembre venne arrestato dalle forze dell’ordine che seguivano il caso, guidate dal commissario Luigi Calabresi.

Nel corso dell’interrogatorio però l’anarchico morì dopo un volo dalla finestra del quarto piano della Questura. La morte di Pinelli rese fin da subito le indagini ancora più complicate di quanto già non fossero.

Si parlò di suicidio (e così disse il questore Marcello Guida nella conferenza stampa), poi di malore, infine di omicidio ed è questa ipotesi che fin da subito ha prevalso negli ambiente terroristici di sinistra. Sulla morte di Pinelli ci sono state illazioni, sentenze e misteri mai chiariti. In realtà la parola fine la magistratura l’ha scritta con una sentenza del 1975 dal giudice Gerardo d’Ambrosio: la causa fu un “malore attivo” dovuto allo stress e alla tensione che fece fare a Pinelli un movimento inconsulto verso la finestra da cui cadde.

Gli inquirenti però continuarono a battere la pista anarchica e il 16 dicembre venne fermato Pietro Valpreda, del Circolo anarchico 22 Marzo.

Ad accusare Valpreda fu la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi che lo riconobbe come l’uomo che salì sul taxi con una valigia in Piazza Cesare Beccaria, a poco più di cento metri da piazza Fontana poco prima dello scoppio della bomba.

Il caso sembrava arrivato alla svolta e il giorno dopo il Corriere della Sera, diretto allora da Giovanni Spadolini, uscì con un titolo in prima pagina sul “mostro” che era stato catturato. Anche il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat scrisse una lettera di congratulazioni al questore, ma il caso era destinato a durare molto più a lungo.

L’arresto di Valpreda apparve fin da subito strano per una serie di circostanze: il tassista lo vide scendere a Santa Tecla, quindi per arrivare a piazza Fontana avrebbe dovuto andare a piedi con il rischio di essere visto. Perché poi prendere un taxi per fare poco più di cento metri a piedi?

Inoltre il riconoscimento era avvenuto in maniera non consona alla procedura: insomma troppi dubbi che diedero il via a una serie di processi interminabili durante i quali Valpreda rimase in carcere per 1110 giorni, fino al 29 dicembre 1972.

Nel frattempo sulla stampa era in atto una vera e propria battaglia tra i grandi quotidiani appoggiati dai maggiori partiti, compresi il Psi e il Pci, e gli organi della sinistra estremista come “Lotta Continua“.

Iniziò a circolare anche la voce che sul taxi quel giorno salì un sosia di Valpreda, Antonino Sottosanti, noto come “Nino il fascista“. Sette processi, lunghi anni di attesa fino al 1979 quando Valpreda e i suoi compagni vennero prosciolti dall’accusa di strage per “insufficienza di prove”.

Quel clima di tensione era però destinato a portare a un’altra vittima eccellente: il commissario Luigi Calabresi. Fin dalla morte di Pinelli gli ambienti di sinistra estrema come “Lotta Continua”, indicarono Calabresi come responsabile della morte dell’anarchico.

Il commissario era già noto per la sua lotta contro l’eversione di sinistra e questo suo “coinvolgimento” sfociò in una condanna a morte a mezzo stampa: il  17 maggio 1972 alle ore 09:15 Calabresi venne freddato dai killer sotto la sua abitazione. Solo molti anni dopo i suoi assassini vennero condannati: si tratta di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, con mandanti Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, esponenti di “Lotta Continua”.

La contro inchiesta delle Brigate Rosse
In un clima crescente di terrore anche le Brigate Rosse svolsero una loro inchiesta sulla strage di piazza Fontana: il materiale fu ritrovato in un covo a Robbiano, una frazione di Mediglia nel milanese il 15 ottobre 1974, insieme ad altri materiali di attentati a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Il materiale non giunse mai integro ai magistrati anche perché gli stessi brigatisti volevano usarla per loro opportunità. Dopo un primo momento di fama all’epoca della Commissione Stragi, il materiale andò perso in vari trasferimenti tra le Procure e parzialmente distrutto nel 1992.

Dalla ricostruzione fatta dai carabinieri a cui si sommano interviste di anarchici e rivelazioni di pentiti brigatisti, le BR indicarono gli anarchici come ideatori ed esecutori della strage, ma per errore. Nella loro idea originaria, la bomba doveva esplodere quando la banca era chiusa, mentre il materiale arrivò da gruppi di destra.

Nella versione delle BR Pinelli poi si sarebbe realmente suicidato perché coinvolto nel traffico di esplosivi poi usati nella strage.

La destra eversiva e il terrorismo nero: Ar e Ordine Nuovo
La pista della destra eversiva prende piede già nel 1971 quando il giudice di Treviso Giancarlo Stiz arresta Franco Freda e Giovanni Ventura, due neofascisti del gruppo “Ar”. Freda tra l’altro è autore del manifesto del Gruppo di “Aristocrazia ariana”, un pamphlet di ispirazione nazista dove si proclamava la purezza della “razza ariana”.

I due vengono processati e poi assolti per insufficienza di prove con conferma in Cassazione nel 1987. I loro nomi però tornano tra le carte del processo per piazza Fontana: nel 2005 Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di Freda e Ventura. La strage, in base alla sentenza fu organizzata da “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo” e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura“.

Una condanna che serve solo alla storia, visto che i due imputati sono stati assolti in precedenza per lo stesso reato in tutti i gradi di giudizio e quindi non possono essere sottoposti a un nuovo processo o scontare alcuna pena.

Il legame tra Freda e Ventura e la cellula veneziana di “Ordine Nuovo” viene riconosciuto da questa sentenza e sullo sfondo emergono anche i nomi di due personaggi importanti: Carlo Digilio e Martino Siciliano. Si tratta di due pentiti che rivelarono i piani di “Ordine Nuovo” in merito alla strage di piazza Fontana, in particolare Digilio, che con le sue dichiarazioni fece riaprire il caso e portò alla prima condanna della cellula nera mestrina.

La strage di piazza Fontana si tinge così di nero, almeno in base agli ultimi processi: fu un attentato di matrice neofascista, della destra “nera” veneta, colpevole di altre stragi e morti in quegli anni.

Per quella bomba però, per quei morti e per altre due vittime “eccellenti” legate a Piazza Fontana, non c’è nessuna condanna. Le indagini condotte alla fine degli anni ’90 dal giudice Guido Salvini sembrano quelle che più si avvicinano alla verità storica, ma anche in questo caso nessuno degli imputati verrà condannato.

Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni, esponenti dell’allora destra eversiva di Ordine Nuovo di Mestre, Venezia, verranno prima condannati all’ergastolo nel 2001 e poi prosciolti dalle accuse in appello nel 2004. Per arrivare a questi nomi ci sono voluti decenni, anche perché la prima pista portava a seguire gli anarchici.

Il SID, Giannettini e la “strage di Stato”
Un altro nome è legato alla strage di piazza Fontana e nasconde misteri che difficilmente verranno alla luce. Nel 1973 viene incriminato tra gli altri Guido Giannettini, “l’agente Zeta“, noto anche come Adriano Corso.

Giornalista vicino alla destra e agli ambienti militari, fu assodato come collaboratore dal SID, l’allora servizi segreti italiani. Il suo nome si affaccia tra le carte quando nel ’71 vengono trovati dei documenti in una cassetta di sicurezza a Montebelluna, appartenente a Giovanni Ventura che in seguito ammise di aver incontrato Giannettini.

Dopo una perquisizione nella sua abitazione furono trovati i documenti “base” di quelli contenuti nella cassetta di sicurezza, delle “veline” ossia le documentazioni usate dai servizi segreti.

Giannettini fuggì in Francia grazie anche all’aiuto del capitano Antonio Labruna, dell’ufficio D del SID e nel 1974 Giulio Andreotti, all’epoca ministro della Difesa, ammise in un’intervista che il giornalista era un collaboratore dei servizi segreti: per questo fu un errore non parlarne duranti i primi mesi delle indagini.

I documenti vennero protetti fin dalla loro prima apparizione tramite il generale Vito Miceli che li definì “notizie da considerarsi segreto militare e da non poter essere rese note“.

La fuga di Giannettini durò poco e arrivò a processo con una condanna all’ergastolo nel 1979 a Catanzaro. Anche nel suo caso la sentenza venne ribaltata in assoluzione nel 1981 per “insufficienza di prove”, ma il suo coinvolgimento ha dato via alla tesi della “strage di Stato”.

Secondo questa ipotesi dietro piazza Fontana, come in molte delle stragi che hanno insanguinato la storia recente d’Italia, c’è la mano dello Stato e dei Servizi Segreti: un “patto” che l’Italia fece con gli Stati Uniti e in particolare con la Cia per fermare l’avanzata del comunismo. Anche su questo però nulla è stato definito: la strage di piazza Fontana rimane ancora oggi senza colpevoli. Senza risposte.

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Mer 12/12/2012 da Lorena Cacace in

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cesara
Cesara 28 marzo 2012 13:30

Non si arriverà mai alla verità perchè l’attentato di Piazza Fontana molto probabilmente è frutto della protesta studentesca del ’68, sfociata poi in una protesta politica. I giovani, sollecitati dalla stampa cominciarono a mettere in campo la loro ribellione per tutto e per tutti. Perciò trovare i colpevoli sara impossibile, in quando furono giovani del “movimento sessantottino” che improvvisandosi salvatori della Patria idearono questo attentato .ovvero giovani qualunque. quindi può essere stato un qualsiasi appartenente a questo movimento. Poi, in seguito, si sono organizzati meglio con le BR. e da questo movimento, gli attentati erano e sono mirati a persone precise, che contano politicamente e socialmente evitando di coinvolgere persone inermi quali possonno essere semplici cittadini, nel caso della Banca dell’Agricoltura i lro clienti che non c’entravano niente di quando succedeva allora politicamente. Certo c’è da chiedersi: Perche una Banca?

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cesara
Cesara 29 marzo 2012 17:22

Questo per dire che gli autori, potrebbero essere stati qualsiasi giovane della protesta giovanile del ’68, alle prime armi per tentare una rivoluzione a spese dei più abbienti della societa. Questi giovani ora ultra sessantenni, molto probabilmente; consapevoli di aver sbagliato strategia nell’affrontare le ingiustizie sociali allora tanto evidenziate forse si saranno allontanti pure dal movimento stesso. Però ormai, la strada era tracciata, nascono così le BR, con nuove leve ma estrenee all’attentato di Piazza Fontana, però pronte a colpire la persona di turno sotto tiro delle BR , come, del resto è sempre stato per tutti gli attentati a loro attribuiti

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