Strage di via D’Amelio: Paolo Borsellino tradito da un amico

La Procura di Caltanissetta ha effettuato una ricostruzione sulla bomba che nel 1992 ha ucciso Paolo Borsellino. Gli attentati mafiosi hanno accompagnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Prima l’eliminazione di Giovanni Falcone, facendo saltare in aria un pezzo di autostrada, poi, soltanto due mesi dopo, la morte di Paolo Borsellino. Alcuni pentiti hanno rivelato che l’attentato a Borsellino è stato messo in atto con una certa premura, perché erano in gioco altri interessi.
A cura di Giorgio Rini
Borsellino infatti era a conoscenza dei contatti che i carabinieri del Ros avevano avuto con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Per Cosa Nostra questi contatti divennero l’occasione per imporre delle condizioni.
Questo rappresenta il punto di svolta dell’indagine sulla morte di Paolo Borsellino: Borsellino aveva scoperto i contatti tra la mafia e i rappresentanti dello Stato. Un giorno Paolo Borsellino è stato visto piangere da due magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo.
Piangeva perché riteneva di essere stato tradito da un amico. Non si sa chi fosse quell’amico, ma la vedova del giudice ha raccontato che il marito era sconvolto dal fatto di aver appreso che il generale Subranni aveva delle collusioni con la mafia.
Anche se si sono raccolti vari elementi sulla presunta infedeltà allo Stato di alcune persone istituzionali, non sono state riscontrate responsabilità penali. In quel periodo era possibile trattare con Cosa Nostra e la mafia aveva intenzione di punire chi si opponeva alla trattativa.
4 nuovi arresti per l’omicidio di Paolo Borsellino
A cura di Giorgio Rini
Nell’ambito della nuova inchiesta sulla strage di via D’Amelio, nella quale perse la vita il giudice Paolo Borsellino, sono state eseguite quattro nuove ordinanze di custodia cautelare da parte della Dia. Gli arresti sono stati notificati in carcere per il boss Salvatore Madonia e per il presunto esecutore Vittorio Tutino, che si trovano già agli arresti.
Inoltre gli altri due arresti sono per Calogero Pulci, accusato di falsa testimonianza, e per Salvatore Vitale, altro presunto esecutore della strage, che si trova in una casa di cura. I quattro sono indagati per strage aggravata e sono accusati anche di associazione mafiosa e di azioni per fini terroristici.
In particolare Vittorio Tutino si sarebbe procurato una Fiat 126, due batterie e un’antenna, materiale che è servito per attuare la strage. Vitale invece si sarebbe occupato di recuperare dei congegni elettronici per la realizzazione della bomba. Inoltre potrebbe aver fornito del supporto logistico per la preparazione della strage, visto che risiedeva nella stessa abitazione nella quale abitava la sorella del magistrato, Rita Borsellino.
Negli atti della Procura di Caltanissetta si legge: “La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall’esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa nostra. Dalle indagini è altresì risultato che della trattativa era stato informato anche il dottor Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest’ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all’ipotesi dell’esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale ostacolo da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage“.
Negli atti viene spiegato che “questa conclusione è legittimata, tra l’altro, dalle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a proposito dell’ordine ricevuto da Salvatore Riina di sospendere, nel giugno 1992, l’esecuzione dell’attentato omicidiario nei confronti dell’onorevole Calogero Mannino perchè vi era una vicenda più urgente da risolvere“.
Poi, secondo la ricostruzione, “il primo luglio 1992, con certezza, il dottor Borsellino aveva incontrato al Ministero dell’Interno il capo della polizia Parisi ed il Prefetto Rossi, nonchè il ministro Mancino“.
Paolo Borsellino sapeva dell’attentato: la dichiarazione di Sinico al processo Mori
Nell’ambito del processo Mori, il colonnello Umberto Sinico ha fatto delle dichiarazioni riguardanti Paolo Borsellino. Secondo Sinico, il magistrato avrebbe saputo dell’attentato nei suoi confronti e avrebbe cercato di lasciare degli spiragli nella sua sicurezza, per impedire delle ritorsioni nei confronti della sua famiglia. Sarebbe stato quindi un vero e proprio sacrificio per evitare altri problemi. Il colonnello ha rilasciato queste dichiarazioni rispondendo alle domande dell’avvocato Basilio Milio.
Le cose sarebbero andate in questo modo, secondo la deposizione di Sinico, interpellato come testimone. Con la collaborazione di Girolamo D’Anna, di Terrasini, che aveva il ruolo di informatore, e del maresciallo Antonino Lombardo dello stesso paese, i carabinieri avevano avvisato Borsellino alla fine del mese di giugno del 1992 che “era voce ricorrente che fosse in fase avanzata un attentato al giudice“. Il magistrato aveva detto, secondo Sinico, queste parole: “Lo so, lo so: devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia“.
Sinico racconta: “A sentire D’Anna, nel carcere di Fossombrone, andammo io, Lombardo e il comandante della compagnia di Carini, Giovanni Baudo, ma Lombardo fu il solo a parlare con D’Anna, che disse dell’esplosivo e dell’idea di attentato. Subito ripartimmo e andammo dal procuratore a riferirglielo e lui ci rispose in quel modo, di saperlo e di dover lasciare qualche spiraglio. ‘Procuratore, risposi io, allora cambiamo mestiere’“.
Emerge anche che l’infondatezza dell’ipotesi di contrasti tra Borsellino e i carabinieri di Palermo. Sarebbe esclusa quindi, alla luce delle dichiarazioni, l’ipotesi secondo la quale le forze dell’ordine avrebbero nascosto a Borsellino che erano a conoscenza della presenza dell’esplosivo per effettuare l’attentato. Il colonnello descride l’informatore D’Anna in questo modo: “era persona di grande carisma, veniva interpellato dai vertici della sua parte criminale“.
L’ultima intervista di Paolo Borsellino: “Siamo cadaveri che camminano”

Paolo Borsellino sapeva e lui stesso lo disse nel corso dell‘ultima intervista che il magistrato rilasciò a Lamberto Sposini per il Tg 5, venti giorni prima di essere assassinato dalla mafia il 19 luglio del 1992. In uno dei passaggi finali di quella lunga intervista dove raccontò del suo lavoro, del suo rapporto con Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci, usò un’espressione divenuta celebre.
“Siamo dei cadaveri che camminano“, disse Borsellino, ricordando un episodio della sua carriera da magistrato. Allora lo disse Antonino “Ninni” Cassarà, poliziotto che collaborò a lungo con il pool antimafia di Palermo. Era la fine di luglio del 1985: Cassarà morirà il 6 agosto per mano della mafia.
Un’espressione quanto mai tristemente profetica anche per il magistrato che di lì a poco verrà ucciso. Le sue stesse parole rivelano che lui stesso sapeva, ne era certo, ma allo stesso tempo rivendicava la sua scelta, quella di aver fatto il magistrato “in un certo luogo e in un certo modo“.
L’essere in pericolo e arrivare a pagare con la vita la difesa della legalità in un territorio martoriato dalla mafia come la Sicilia era una condizione sine qua non per svolgere il suo dovere con un altissimo senso dello Stato che lo ha sostenuto fin dai suoi primi passi e fino all’estremo sacrificio.
“La sensazione di essere un sopravvissuto” per Borsellino non ha mai allontanato la certezza di essere nel giusto, nel “credere fermamente nel lavoro” che faceva, per usare le sue stesse parole. “So che tutti noi abbiamo il dovere di continuare a farlo senza lasciarci condizionare dalla sensazione o financo dalla certezza che tutto questo può costarci chiaro“.
Parole dette senza mai abbassare lo sguardo, da vero eroe dello Stato. Borsellino lo sapeva, ne era certo, anche perché la mafia ci aveva già provato nel settembre del 1991, meno di un anno prima della strage di via D’Amelio, quando, dopo aver pranzato con la sua famiglia, si recò da solo a trovare la madre.
Sapeva che lo stavano aspettando, lo disse più volte, anche ai familiari, come ricorda la sorella Rita Borsellino in un’intervista concessa in esclusiva alle nostre colleghe di Pour Femme. Poco prima della strage il magistrato chiese, come ricordò Antonino Caponnetto, di rimuovere i veicoli davanti alla casa di sua mamma: certo non si immaginava che per distruggere la sua vita venissero usati 100 kg di esplosivo.
Una morte atroce, la sua come quella degli uomini della scorta: Emanuela Loi, prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Tutti morti caduti per lo Stato, pronti all’estremo sacrificio pur di portare avanti la lotta per la legalità e la giustizia.
Qui l’intervista in versione integrale
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Ven 09/03/2012 da Giorgio Rini in Paolo Borsellino, Strage Di Via D'Amelio
Lo sapeva eccome: Molto probabilmente lo sapeva anche Falcone. Ricordo che una volta sono capitata quando Falcone scendeva dalla macchina nei pressi della Questura di Roma all’Eur. Mi fece un certo effetto vedere i quatto della scorta con i mitra spianati per proteggerlo. Senz’altro Falcone con Borsellino quante volte avranno parlato del pericolo di qualche attentato, perchè ormai consapevoli di essere nel mirino della mafia. E’ un’occasione per ricordari entrambi. quali EROI E MARTIRI DELLA GIUSTIZIA
Rispondi Segnala abusoLo sapeva, eccome. Lo sapeva anche Falcone. Ricordo che una volta sono capitata quando Falcone scendeva dalla macchina nei pressi della Questura di Roma all’Eur. Mi fece un certo effetto vedere laq scorta con i jkitra spianati per proteggerlo. Senz’altro Borsellino e Falcone erano consapevoli di essere ormai nel mirino della mafia e chissà quanrte volte ne hanno parlato tra di loro. E’ un occasione per ricordarli entrambi quali EROI E MARTIRI DELLA GIUSTIZIA.
Rispondi Segnala abusoApprovo e cniidvodo su tutta la linea. Ma cosa dovremo arrivare a fare noi, i nostri figli, per respirare quel “fresco profumo di liberta”? Ci riusciremo mai? O come ora ci perderemo in quell’oblio di coma farmacologico mediatico in cui ci hanno costretto?
Rispondi Segnala abusoL’argomento ti riporta sempre alla mente il cavallo di battaglia di Travaglio che ha strombazzato per anni, in ogni dove, in Rai, sui giornali e libri che l’autore di questa strage era Berlusconi, innescando l’antiberlusconismo che hanno respirato le ultime due generazioni. Adesso va a togliergliere dalla loro testa che quanto detto a proposito non era vero niente. Ci si riuscira?
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Grande onore per Paolo Borsellino!
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